Archivio mensile:settembre 2011

Betty in ospedale

Mi hanno dovuta trattenere in ospedale perché ho avuto la febbre alta ieri sera e quindi sono qui di nuovo ricoverata, Jaele è nascosta da qualche parte, io mi sento presa dallo sconforto perché il restare qui anche la notte mi evoca ormai ricordi dolorosi in più la parte di me gioiosa e vitale non si trova da nessuna parte del mio corpo né al di fuori eppure il reparto è piccolo e poi la notizia della Roby che se ne va mi riempie di tristezza insomma è una solita giornata di merda.

Jaele risparmia sui sentimenti

Jaele aveva cominciato un’altra settimana, una nuova vita per lei, come ogni lunedì, aria fresca che respirava a pieni polmoni dopo la febbre del giorno precedente. Aveva pianto parecchio quel giorno, di un pianto così grosso e insostenibile da averle affaticato tutto il corpo e gli occhi brucianti non smettevano di sgorgare lacrime. Sabato sera aveva combinato pastticci e aveva litigato pesantemente con la madre, che non ce la faceva più a veder la figlia morirle davanti agli occhi giorno dopo giorno, e sabato aveva davvero esagerato. Aveva oltrepassato il limite, per questo la febbre era affiorata in lei e nei suoi respiri come una scarica di tossine da dover lavare via, e lei si era purificata col sudore e con una doccia che sembrava una preghiera. IL suo cane l’aveva tutta leccata e il suo gattone aveva dormito ai suoi piedi, facendo le fusa, e la febbre era miracolosamente passata, nel mezzo della notte, aveva piovuto e il cielo si era purificato con lei. Per questo il lunedì era così importante. Forse nel pomeriggio non avrebbe incrociato la Roberta che tornava tardi da un corso per gli infermieri, ma dentro di sé non vedeva l’ora di arrivare a martedì mattina per rivederla, abbracciarla e farsi coccolare, quanto le mancava la Roby! E quanto le mancava il dottore… con l’Annamaria non era la stessa cosa, era molto dispiacciuta di questo, ma non si trovava a suo agio con lei…eppure l’avevano scelta per essere il suo tutor, ma Jaele era in tensione a vederla, a parlarci, quasi non riusciva a sostenere il suo sguardo, e questo era di pessimo augurio. Non sapeva se accennarlo o no allo psichiatra matto….se sarebbero cambiate le cose….tante cose dovevano cambiare, anche in lei, ed era lunedì, il giorno della luna, sì, tante cose dovevano cambiare, e tante restare. Adesso il difficile era scoprire quali.

Jaele si perde nei suoi pensieri.

Jaele chiacchierava in ospedale con la sua amica Daniela, del più e del meno, ma era stanca stanca stanca di quella vita. Per la prima volta si sentiva veramente stufa e non sapeva come uscirne, attaccata 7 ore al giorno a una flebo ambulante, poteva solo chiacchierare e scrivere, e delle due la prima era la più difficile, per lei così silenziosa, rapportarsi con gli altri era un vero dramma, una tortura che però avrebbe dovuto affrontare perché lei sì, lei sì che sapeva ridere anche di gusto, senza l’aiuto di pasticche né di alcol né di cibo. Il senso dell’umorismo non le mancava, le mancava piuttosto la pazienza, la pazienza di diventare normale, che non era più una banalità ormai. Essere normali era la vera alternativa, la vera originalità che tanto aveva cercato nella maledizione.

Jaele prende lo zucchero

Jaele per la prima volta in dieci anni aveva preso il tè con lo zucchero, e si sentiva particolarmente eccitata. Avrebbe passato anche quel giorno attaccata alla sua sacca di nutrizione parenterale ma era tranquilla e aspettava con calma che lo zucchero si sciogliesse piano piano nel suo stomachino di farfalla e arrivasse al cervello, forse così avrebbe ragionato di più e pensato meno al cibo quel giorno. In fondo era un innocuo cucchiaio di zucchero, non sarebbe morta per quello, anzi. Aveva voglia e nello stesso tempo paura di scrivere, di scrivere veramente i suoi racconti, di dedicarsi all’occupazione primaria della sua vita, scrivere racconti, ma voleva evitare anche questa volta di scrivere di lei, anche se ogni volta che scriveva qualcosa bene o male una parte di lei era intrisa nelle parole, le permeava tutte dalla prima all’ultima, era un libro aperto, e ogni volta che batteva un tasto le ferite sanguinavano, sangue a fiotti, lettera dopo lettera. Le avevano levato il sangue anche quel giorno, non ne rimaneva più, né di sangue né di lacrime da versare, e nessuno l’avrebbe vista piangere, mai più, per se stessa, avrebbe pianto per gli altri, quello sì, e tanto, ma per se stessa mai, se non di nascosto, sotto la coperta sdrucida e infeltrita dell’ospedale, da sola, non appena la signora truce accanto al suo letto avesse smesso di cantare quei lamenti inquieti che riempivano la stanza come una nube scura. Sì, lei portava parecchia sfortuna, e le rubava le sigarette, e non parlava mai, cantava e basta e teneva in mano un maledetto prospetto della madonna di Loreto che intimoriva Jaele più di ogni altra cosa. Forse la patrizia sarebbe partita oggi, e la giornata sarebbe stata ancora più noiosa, ma Jaele poteva aspettare, anche oggi, anche nella peggiore delle situazioni, Jaele era forte, forte, forte, se lo ripeteva fino a quasi crederci.

Jaele frivola

Jaele si era rimessa a nuovo: era stata dal parrucchiere con le sue infermiere di cui una-la-stronza preferite e poi dall’estetista a rifarsi le sopraciglia una settimana dopo aver fatto lo shopping con loro. Le chiamava i suoi angeli custodi e con loro aveva riso a crepapelle, come si fa con due amiche di vecchia data. Era felice. A casa una doccia veloce e poi in farmacia a comprarsi tutti i prodotti per detergere il viso sciupato dalla malattia e via di corsa a yoga, a svuotare la mente. A cena non aveva vomitato e si sentiva così in pace con se stessa che non ne sentiva quasi la necessità, la sua giornata era stata piena e appagante, sigarette a raffica per resistere davanti alla televisione si era guardata tutta la prima parte della saga Millenium, aveva in sé la forza di una roccia inossidabile e intoccabile dai brutti pensieri. Che dirle? Continua così, Jaele, ce la puoi fare! Con amore, Betty.

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