Stiamo lavorando per voi

Non posto perché sto scrivendo un racconto riflettuto per Scrittori Precari, che è l’agglomerato degli scrittori più yeah in circolo al momento, insieme a SIC, che però è un’altra cosa ancora. E io sono così superba e incorreggibilmente ambiziosa da voler rientrare nelle loro mire. Mi hanno consigliato di scrivere in privato, aspettare, riposarsi, distrarsi, rileggere dopo una settimana, correggere, ampliare, editare, modificare, (cestinare?). Tutte cose che io a 28 anni non ho ancora imparato a fare nemmeno nella vita di tutti i giorni. Riflettere sulle cose. Mi manca la pazienza Ma. Giusti consigli? A volte una citazione (tra il sacro e il profano) spiega tutto, anche l’incomprensibile, o l’ovvio. Direbbe Andy Wharhol. E a me manca l’ovvio, il buonsenso civile, sono un’impulsiva, ma mi sono accorta negli anni che l’istinto spesso inganna, gioisce prima del dovuto, la referenza è cosa da lasciare agli altri, la lezione da imparare è: lavorare, faticare, costruire, invece che cliccare invio e distruggere. Bello comunque non avere più ventanni per dire aridateme i miei ventanni.

Questo l’ha scritto il mio babbo 2

Tanto tempo fa, al tempo dei sogni.

- Com’è là fuori?
- Mah ….. che ti posso dire? Non c’è un granché. Volo per ore e non posso far altro che tornare qui dal vecchio e da voialtri. Lui mi guarda a mezzo tra l’impietosito e lo stizzito. Mi da un bocconcino (questo sì) e mi rimette accanto alla mia compagna. Lei – giustamente – si disinteressa di tutto, e continua a spollinarsi.
- Credi che prima o poi manderà qualcun altro?
- Non saprei. Ma mi chiedo: se così è stato voluto, perché cercare di tornare indietro? Ma chi glielo fa fare? E poi: che ci vada lui, o uno di quei giovanottoni idioti che gli stanno intorno! Lui dice: noi non siamo alati. E allora? Affoghino pure in quel mare di putrido lievito in fermento, e ci lascino in pace! Con l’altro – con l’orbo – stavo meglio. Durante il giorno almeno potevo fermarmi e riposarmi, e la sera avevo un sacco di cose da raccontare; e poi la vita era un po’ più avventurosa, e battagliera. E poi …. il clima era più fresco e secco! Tutta questa umidità, che senso di oppressione! Anche con quell’altro – con quello che mi rese nero (e di ciò lo ringrazio) – ce n’erano di cose da dire e da raccontare! Ci si divertiva. Che oppressione è tutta questa speranza. Speranza …. lui e i giovanottoni la chiamano “speranza” (che poi non è altro che fregola di riprodursi): in realtà è soltanto “sospetto” (anche di riprodursi)!
- Io sono sempre stata bianca: io dico che la prossima volta tocca a me.
- Non so. A qualcun altro toccherà. Io non ci torno più là fuori …. mai più.

- Allora? Com’è andata, colombella mia?
- Ti dirò: qualcosina c’è. Non molto, ma qualche spilucchino lo si può fare …. via! diciamo la verità; a te voglio dirla la verità: altro che spilucchini! Là fuori c’è tutto un mondo di verde, di profumi, di colori incantevoli e di respiri silenziosi e riposanti, di musica celestiale! Là fuori c’è un paradiso! Secondo me è quello stesso che c’era prima e che dicono non ci sia più. Secondo me invece è sempre stato lì, ad aspett…. Basta! Non dico altro. Tu, un po’ spietta sei sempre stato, vero?
- Io la spia non l’ho mai fatta! Che ti salta in mente? dai! racconta …. racconta.
- Ho un piano.
- Un piano?
- Sì. Per metterglielo in tasca.
- In tasca a chi?
- Al vecchio, e a tutta la sua banda.
- Un piano? Chi, tu?! Tu, così perbenino e pisserina?
- Lascia che lui lo creda; lascia che lo credano. Se riesco a fissare nella memoria il punto dove ho trovato questa delizia, faccio finta di nulla e, quando siamo lontani lontani, lontanissimi da lì, raccolgo in qualche fetido pantano una fogliolina di non so che cosa e gli faccio credere che è là il posto dove ricominciare. Lui sbarcherà con quella stupida fogliolina in mano e ricominceranno tutto daccapo. Io non tornerò più …. mai più. E speriamo che ci si ricordi solo di loro, e non di noi. Vi dirò io dove noi andremo a stare: è un mondo di sogno. Lascia che quella tossica specie se ne resti con la fogliolina in mano, ad esaltarsi e a volersi bene come specie e ad odiarsi invece l’un l’altro; lascia che se ne resti ad odiare tutto ciò che è silenziosamente bello: lascia che i loro piccoli strillino di speranza, che i loro maschi si gonfino di arroganza, che le loro femmine civettino di ipocrisia, che i loro vecchi bestemmino di disperazione. Io – lo sai? – ci sono già stata all’altra estremità dell’arco colorato, e …. non c’è nulla! Altro che alleanza! O forse, alleanza sì, ma fra due birboni.
- Mi piace il piano. Mi piace. Se riesco anch’io a venire con te, non ci torno più là dentro …. mai più.

Quattro modi di dire Noi

Siamo venute tutte qui. C’è Amy, Annie, Andie, e io. E quattro stanze impregnate dell’odore di un sugo zuccherino attaccato alla casseruola. Ha scelto fino all’ultimo i pomodori nostrani. Le ombre sono così intense che sembriamo in otto, qua dentro. C’è un sole troppo splendente e senza filtro per un funerale, uno s’immagina di osservare da lontano un corteo, lento, qualche volto velato di tristezza, ma non troppa, nella pioggia, quattro uomini dallo sguardo fisso a un punto immaginario nell’infinito, un infinito che finisce quattro metri più avanti, che avanzano con indosso tutto il peso della vita che ci ha risparmiato, delle fatiche che ha consumato al nostro posto. La mamma è morta, e non c’è proprio più niente da fare. Per noi, dico. Per tutto il resto, c’è sempre tanto da fare, direbbe Annie. Anche se io rimango vuota, perché l’unica cosa che facevo era curare la mamma. Al funerale siamo quattro gatti, sembriamo venute per prendere il sole, sbrighiamo il nostro dovere in quattro e quattr’otto, abbiamo abiti diversi, ognuno estivo a modo suo, tocco i fiori antichi di Amy che sembrano schiudersi sul suo corpo magro, ma Andie è molto coperta, si vede che vuole mascherare la pelle che stava abbrustolendo su una spiaggia greca. Dice che ha dovuto volare atraverso quattro nazioni diverse per raggiungerci in fretta. Annie è avara di colori, ma non oserebbe mai spiccare di nero tra noi. Lei non oserebbe mai essere arrabbiata, con noi. Io sono molto grassa, e al ricevimento mi abbuffo, penosa, con l’aria da deficiente osservo le coscette di pollo da dritto e a rovescio, per i nervoso che mi è venuto ad aver assolto il mio il mio compito, aver finito con lei, mi trovo davanti quattro facce tirate e penso lo sto per dire: tante cure e poi è morta, lasciandomi nella merda, ma ripiego subito questo pensiero in un angolino del cervello, lo scaccio via e lo schiaccio come una zanzara fastidiosa, averle chiamate qui, aver chiuso a chiave un capitolo che era il mio unico capitolo, una breve introduzione, qualche padella da sciacquare e lavare, e subito le ultime parole, una pagina unta d’olio, aver disdetto il contratto telefonico e le bollette, tutto con gran fatica, quella fatica quando le commissioni le fai per uno che non ti chiederà mai se le hai sbrigate, che è quello il loro senso poi, no. Quando la mamma era viva ero sveglia, attenta, celere, infaticabile, possibile che ora mi sia rilassata? Non mi azzardo a dire libera, perché la libertà è il mio epilogo. La mamma non se ne è andata velocemente, ma non è riuscita a farci amare, nemmeno ammalandosi, e questo rammarico credo se lo porterà anche oltre la morte, anche se lei diceva che avrebbe sistemato tutto, prima di morire, ve ne andate tutte e quattro in crociera, ragazze! Ho deciso!  perché non ci sarebbe stato più tempo, non ci sarebbe stato più niente, e saremmo rimaste noi, e il nostro sangue bruciato come il sugo nella pentola e basta, l’unico filo a farci ritrovare qui, così imbarazzate che fatichiamo a darci del tu. Le vostre vite rimmarranno inconciliabili, perché solo lei ci univa, solo lei ci sapeva trattenere una giornata a tavola intorno alle sue lasagne, o al sugo della nonna, troneggiando sui suoi cuscini ricamati ricalcando quei quattro peli che è il nostro gatto, levandoci le lische dal piatto una per una, tutto per quattro volte la stessa identica operazione chirurgica, bevendosi lei tutto il veleno che sprigionavamo per non farci soffocare dai serpenti che ci uscivano dagli occhi non appena ci vedevamo, che poi era un ricordare la mamma che ricordava la nonna che a sua volta ricordava la bisnonna, e così, chissà che sapore aveva la pasta al sugo nell’età della pietra. Tutte volevamo la mamma, e forse nessuna di noi l’ha mai avuta. Il suo cadavere mi strizza l’occhio da dentro il cristallo che forma la parte superiore della bara, non c’è nostro padre a consigliarci la bara giusta, appropriata, consona, discreta, trattenermi dal dispetto che ho voluto fare, e così ne ho scelta una pacchiana, mi fa notare Andie, proprio così, una brutta bara grassa e pacchiana, così avrebbe potuto strizzare l’occhio anche a loro, lo so che come sempre non ho prestato attenzione a quello che voleva per noi, lo so che lei voleva diventare cenere e essere rilasciata in mare, sparsa nelle molecole uterine del luogo che l’aveva vista nascere, e perdersi nel chiacchiericcio fitto di un paese che non l’aveva mai conosciuta, per incenerirci con lo sguardo un’ultima volta se avessimo osato litigare per la scelta della latitudine in cui ci saremmo distaccate per sempre, così da mormorare ai quattro venti: sento puzza di bruciato.

10 modi di autocompiangersi (n.1)

A volte si fanno degli errori stupidi di valutazione. Lo hanno fatto i dottori quando hanno pensato di potermi rimandare tra i vivi. Poverini, mi fanno quasi pena. Che tenerezza. Avvicina la testa che ti dico un segreto. L’ho fatto io quando ho pensato di calarmi nella parte della sana di mente. Una. Povera. Pazza. Un concentrato di follia e frustrazione. Un’arma chimica insidiosa. Per una malata di superbia clinica fare passi da gigante, esporsi, flirtare, buttarsi, giocare con le proprie competenze, la sete di farsi accettare, guardare, ammirare, lodare, è minante, distruttivo, e invalidante, (e poi che te ne fai dei complimenti, scendi dal palco li raccogli e poi li accartocci e li butti via come una busta di patatine, che ti lasciano anche quel sapore salato in bocca che non basta mai, che non puoi più vivere senza, che fai passi la vita ad aprire pacchetti di patatine su un divano incosciente che è finito il film e siamo passati alle televendite?), sopravvalutarsi, buttare la monetina esprimere il desiderio e poi tac, il desiderio di essere guardata e tac, si avvera, ti guardano davvero tac, e allora sì che vedono il marcio, fare le genialate, follia pura, i tuoi limiti come grossi nodi arrivano tutti al pettine, e ti comprimono l’esofago, e ti soffocano, prendi due pasticchette di Tavor che farsene, ci gioco a salta la pulce! mi sono accorta che non penso più niente, non comunico più col mondo, si sono interrotte le trasmissioni, se non i termini di scrittura. Ho abbandonato anche l’ultimo stadio, quello di arraffalombrelloescappa dopo una giornata di lavoro in cui sei arrivata col sole, e esci che diluvia, e ci sono tanti ombrelli invitanti e colorati appena messi nel cilindro e non c’è veramente nessuno che ti guarda. Ma che ne sai. C’è qualcuno che ti guarda male da sotto un cappello da pirata, sta per sfoderare la sciabola e quel qualcuno sei tu. Cammini in fretta accelerando il passo sospettosa con un ombrello il mano che ti intralcia e appesantisce e rallenta, chiudi l’ombrello e corri corri corri ti prendi l’acqua lo stesso, e arrivi a casa fradicia, con un ombrello asciutto. Nemmeno tuo. Diciamo che ho proprio abbandonato l’idea di lavoro. A volte dopo pranzo mi stendo sul letto e avvicino la mia testa a quella di mia madre che si alza e si abbassa in un leggero singulto e penso, così vicina da poterle contare le piccole righe simmetriche, ma se mi avvicino un po’ di più, cominceremo a pensare le stesse cose, pensare con la stessa testa? O a quale delle due ci si sintonizza? Se lei potesse capire quanta paura ogni giorno. Quanta disperazione nel vedermi fallire in tutto quello che faccio. Mi piacciono le cornee vitree delle mie unghie che si spezzano, perché si sfogliano, e sotto ce n’è sempre un’altro strato. Così dovrei essere io. Crescere anche sotto, ne ho da collezionare, sono una feticista delle unghie tagliate, dei fallimenti incamerati, li tengo in scatole di latta dove ripongo i contratti strappati, tutti gli impegni, tutti i luoghi, tutti gli uomini, tutti gli pseudonimi da cui sono sempre scappata. Una. Povera. Pazza. Avvicinami la testa che per giustizia un po’ di questa follia dovrebbe essere distribuita equamente tra tutti e in modo trasversale. Comunque la colpa è anche tua, che quando ero piccina mi vestivi mentre dormivo per risparmiarmi la fatica, che tanto ero un talento, la più brava, ma senza calzoni non ci potevo andare, e te per me hai perso 100 paia di occhiali.

Denominazione Origine Controllata? (o n.8)

Non accade spesso, ma sono di nuovo (quando mai!) sola in casa e ho paura non degli assassini, non dei rapitori non dei ladri, ho paura di non riconoscermi, di non essere coerente, solida, integerrima, macché, stronzate che interpreterebbe mio padre, mica lo so di cosa ho paura. Di solito è facile dire il contrario, ma io sono innamorata di tutti gli uomini che incontro. E quindi sono triste. Divento cattiva. Sono uscita con il vecchio maledetto amico -che poi mi sono divertita un mondo e non è proprio un dramma come lo disegno massì è un dramma- e gli ho detto prendiamo il gelato ma no poi ho cambiato idea perché ero così arrabbiata con la mamma che me l’aveva pagato in anticipo per entrambi strizzando l’occhio al gelataio come solo lei sa infiltrarsi nella mia vita scombinandomi i piani e picchettando scelte obbligate, cristo santo, ho trentanni, prendi il gelato qui, se non ci esci mi ammazzo, vai là, ridi a questa o a quella battuta, e non mi fido di te, e non voglio metterti a rischio, e io invece volevo fargli una sorpresa, mi mancava così tanto, quanto era, più di due anni? quando abbiamo viaggiato insieme con un biglietto in due e mi faceva le fotografie di profilo nella metropolitana col mio naso così taurino che avrebbe monopolizzato l’attenzione dell’inferno intero di fianco a Dante, un naso da fotografare, siamo stati i gran divi delle feste letterarie, tutti quelle bertucce impagliate col procione attorno al collo, tiravo fuori la lingua per avvicinarla al sessantenne reazionario (dove è finito? è morto? è finito in Africa e contrabbandare armi?), reggevo per le ascelle l’ospite che era tornato magicamente tra i vivi dopo una scappatina all’ospedale, mordi e fuggi, una riga di coca e via, beviamoci sopra, ero protagonista con i miei dieci modi di suicidarMi, sentivo dietro la fotocamera la sua risata gutturale, la sua risata facile, le sue battute grossolane ma mai volgari, il suo ripetere infinito di citazioni di vecchi film italiani di serie B, di pessimo gusto, ma che ridere, se l’omo ha da puzzà, lui era un uomo con la U maiuscola, ma di una raffinatezza sociopatica più profonda, sì può dire? misantropa? in un certo senso anche lui mi amava, o amava che gli offrivo la cena/pranzo/colazione, che se lo lasciavo a se stesso s’irrancidiva in una ciotola di fagioli e trasugava la loro acqua di vegetazione per sopravvivere, ora lo vedo tozzo, rotondo, bello, chi gli ha pagato chili di gelato fino a ora? dice che lavora. Sarà. Ma una sorpresa grossa gli volevo fare, ché lo dovevo ringraziare d’avermi consigliato di farmi gli sciacqui con lo scianteclèr per attenuare il dolore che m’hanno cavato un dente stamattina, un premolare. Era marcio. Proprio oggi lo dovevo incontrare che la mia guancia destra sembrava uno stagno col rospo dentro. Quando si ha mal di denti non si riesce nemmeno ad amare. Chi l’ha detto? (Uno stronzo). E allora dico facciamo due passi il gelato dopo. Mi vergognavo come un cane a dire che era passata mamma su quelle tracce seminando sassolini velenosi. Due passi lo guardo negli occhi lui non mi sa fissare senza arrossire un po’, intorno alle fossette, e penso, che figo, se fossi nato tre secoli fa saresti stato Beethoven, e uno come te distoglie lo sguardo davanti a sta brutta mitomane che twitta che scriverà un romanzo così bello che fa prima a non scriverlo mai. Aspetta, non te ne andare. Quante cose ho da dire. Non te ne andare a condire insalate. Posso far altro che guardare le tue foto, cercare un senso alla tua cupezza universale, al tuo essere così sfuggente. Le fai a te stesso le foto perché lo sai che sei bello. E più lo sai e più mi fai paura. Sì, ecco, lo so di cosa ho paura ho paura che anche tu sei solo come me.

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